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Plastica: il nostro bel mare sarà un ricordo

Il mare di plastica. Più plastica che pesci!

L’inquinamento da plastica è una delle emergenze ambientali globali più gravi dei nostri tempi.

L’ ENEA, ente di ricerca e innovazione tecnologica, ha lanciato l’allarme: l’80% dei rifiuti del mare è plastica. Entro il 2050 avremo più plastica che pesci nei nostri mari.
Con una produzione di plastica in vertiginosa crescita su scala mondiale, che raddoppierà i volumi attuali entro il 2025, lo stato d’inquinamento da plastica dei mari del Pianeta può solo a peggiorare. Ogni minuto, ogni giorno, l’equivalente di un camion pieno di plastica finisce negli oceani e provoca la morte di tartarughe, uccelli, pesci, balene e delfini.



Per esempio il 28 marzo è stato rinvenuto un capodoglio spiaggiato a Porto cervo, in Sardegna, con 22 kg di plastica nella pancia. Nel suo stomaco sono stati trovati sacchetti, reti da pesca, oggetti usa e getta e contenitori di detersivi. E nelle Filippine è stata ritrovata una balena con 40 chili di plastica nello stomaco.

Sono 700 le specie animali vittime dell’inquinamento da plastica. Scambiata per cibo, ne provoca la morte per indigestione o soffocamento. Ad esempio, 9 su 10 uccelli marini hanno tracce di plastica nello stomaco.

Ma non solo! La plastica una volta ingerita da pesci e crostacei può entrare nella catena alimentare e arrivare fino sulle nostre tavole.
Fatto a cui magari i consumatori non prestano attenzione, ingerendo pesci che hanno tracce di plastica nel loro corpo, avremo anche noi tracce di plastica nel nostro stomaco! E continuiamo a chiederci la causa dell’aumento di tumori?
Alla maggioranza della gente la vita del mare non importa, finché sembra un problema che non li riguardi. Ma se diciamo che la microplastica finisce anche nel nostro corpo? Adesso ci riguarda!

Una nuova isola è sorta nel Pacifico!

Il Great Pacific Garbage Patch si trova fra la California e le Hawaii e gli ultimi dati mostrano che questa isola, composta solo di immondizia di plastica, occupa 1.6 milioni di chilometri quadrati.  E’ un’isola grande cinque volte l’Italia, tutta di rifiuti plastici, nel bel mezzo del Pacifico. Questo ci dimostra che non esistono più mari incontaminati.mare di plastica isola di plastica

Quanta plastica inutile per contenitori e imballaggi!

Quanta plastica inutile viene utilizzata per confezionare alimenti, bevande, prodotti per l’igiene domestica e personale? Al supermercato bisogna usare un sacchetto di plastica per le mele e uno per le pere. Il prosciutto viene avvolto nella carta e poi dentro un sacchetto di plastica e poi tutto finisce ancora in una grande borsa di plastica.

Plastica per le olive, il formaggio, le fragole e l’acqua! Quante migliaia di bottiglie di plastica consuma una famiglia media in un anno? E c’è chi con l’acqua in bottiglia ci lava le verdure, ci riempie le pentole d’acqua per la pasta e per i fagioli e la usa anche per lavarsi i denti.
Il fatto che l’acqua in bottiglia costi poco è davvero un guaio. Induce la gente a pensare che ..la posso usare e gettare..tanto costa poco. Che tristezza!



Le aziende dovrebbero utilizzare meno imballaggi

Se dalla gente comune non possiamo aspettarci una attenzione particolare al problema plastica ce la aspetteremmo di più dalle aziende di un certo rilievo.
Per esempio multinazionali come la Nestlè, la Coca Cola, la Ferrero, la San Benedetto cosa fanno per ridurre il consumo di plastica?
Contenitori e imballaggi dei prodotti Nestlé sono tra i più rinvenuti durante le operazioni di pulizia e catalogazione di rifiuti lungo fiumi e mari dei volontari della coalizione #breakfreefromplastic, di cui anche Greenpeace fa parte.
Come denuncia Greenpeace, invece di mettere in campo iniziative per abbandonare l’usa e getta, negli ultimi 5 anni Nestlé ha addirittura incrementato del 5% l’uso di plastica per il packaging dei suoi prodotti. E questo è l’andamento generale.

Con quale faccia tosta le aziende continuano ad incrementare l’uso di imballaggi usa e getta? Con quale incuranza in due minuti beviamo una bottiglietta di aranciata e l’abbandoniamo sugli scogli sapendo che girerà in mare per cento anni?

Miliardi di bottiglie di plastica

Da sole, le aziende di beverage in tutto il mondo producono ogni anno oltre 500 milioni di bottiglie di plastica usa-e-getta. Pochissime vengono riciclate veramente, nonostante la raccolta differenziata.
Per questo l’inquinamento da plastica è un’emergenza grave.

Nonostante il riciclo, 22mila tonnellate di PET finiscono comunque nell’oceano a cadenza giornaliera, andando a minacciare tanto la salute delle acque, che degli animali orbitanti attorno a quell’ecosistema.

Il nostro Paese è il secondo al mondo per consumo di acqua in bottiglie di plastica.

L’Italia è il primo paese in Europa e il secondo al mondo, dietro solo al Messico, per consumo di acqua in bottiglia. La media è di 206 litri l’anno a persona. Si tratta di un grande business per le aziende imbottigliatrici: un giro d’affari stimato in 10 miliardi di euro l’anno.

Questo perchè i nostri politici lo hanno permesso. I canoni concessionari sono irrisori, pari a circa 1 millesimo di euro al litro, 250 volte meno del prezzo che i cittadini pagano per una bottiglia. Questa denuncia arriva da Legambiente e Altreconomia.
Una anomalia tutta italiana! Intanto, perchè si crede che l’acqua in bottiglia sia migliore di quella del rubinetto? Secondo, perchè non si fa uso di depuratori? Terzo, se almeno i canoni concessionari fossero maggiori, l’elevato prezzo dell’acqua in bottiglia scoraggerebbe il consumatore disattento.

La direttiva europea sulla plastica

Entro il 2021 entrerà in vigore la direttiva europea sulla plastica monouso, che vieterà numerosi oggetti in plastica come piatti, bastoncini cotonati, cannucce, mescolatori per bevande e aste dei palloncini.
L’Europa,infatti, ha deciso di mettere al bando i dieci prodotti più abbandonati sulle spiagge europee negli ultimi anni, inclusi i bastoncini per palloncini. Saranno vietati anche i prodotti di plastica monouso per i quali esistono alternative. Il divieto è esteso anche ai prodotti di plastica oxodegradabile e ai contenitori per cibo da asporto in polistirene espanso.

Questa normativa è un passo avanti, ma non interviene in modo risolutivo sugli imballaggi più utilizzati: bottiglie e confezioni per alimenti! A questi bisogna ancora trovare un’alternativa.
Ma se le aziende continuano a far finta di niente e inondare il pianeta di imballaggi usa e getta allora sta ai governi intraprendere azioni drastiche.

Il riciclo

Il sistema di riciclo, più volte invocato come soluzione del problema sia dalle grandi multinazionali che dalla politica, risulta inefficace per arginare questa grave emergenza ambientale.
I contenitori di plastica impiegano dai cento ai mille anni per essere degradati. Proprio per questo motivo riciclare è fondamentale, ma purtroppo non è una soluzione determinante, e vedremo perchè.

Rapporto sul settore plastica

Uno dei rapporti più recenti è “Plastics – the Facts 2018.  An analysis of European latest plastics production, demand and waste data.” Un’analisi della gestione più recente della produzione, della domanda e dei rifiuti delle materie plastiche in Europa.
Questo rapporto fornisce approfondimenti sulle informazioni aziendali più recenti relative a produzione e domanda, commercio, riciclo e recupero, nonché impiego e fatturato nel settore della plastica.

In breve, questo rapporto esamina il contributo del settore plastica alla crescita economica e alla prosperità in Europa per tutto il ciclo di vita delle materie plastiche.
I dati presentati in questo report sono stati raccolti da Plastics Europe (Associazione dei produttori di materie plastiche in Europa) e EPRO (Associazione europea delle organizzazioni di riciclo e recupero della plastica).

Che cos’è la plastica?

Partiamo dalle origini. Plastica è un termine derivato dal latino “plasticus” che deriva dal greco “plastikos”, usato per descrivere qualcosa che può essere modellato. Questa terminologia fu effettivamente utilizzata già nel XVII secolo, molto prima che fosse inventata la prima materia plastica, la Parkesina, nel 1856, ad opera del chimico inglese Alexander Parkes.
Oggi “plastica” o “materiali plastici” sono i termini usati per descrivere una famiglia estremamente ampia di materiali molto diversi con caratteristiche, proprietà e usi diversi.
Grazie alla loro versatilità e capacità di innovazione, i materiali plastici offrono soluzioni personalizzate per un’ampia varietà di esigenze in innumerevoli prodotti, applicazioni e settori.
Le materie plastiche non sono solo un materiale, ma una vasta famiglia di materiali diversi, progettati per soddisfare esigenze molto diverse di migliaia di prodotti finali. Oggi possono essere a base fossile o bio-based e in entrambi i casi possono anche essere biodegradabili.

Le due grandi categorie di materie plastiche

I termoplastici sono una famiglia di materiali plastici che si sciolgono se riscaldati e si induriscono una volta raffreddati. Queste caratteristiche sono reversibili. Infatti il materiale può essere riscaldato, rimodellato e congelato ripetutamente. A questa famiglia appartengono PET (Polyethylene Terephthalate) e PVC (Polyvinyl-chloride).

I termoindurenti sono una famiglia di materie plastiche che subiscono un cambiamento chimico quando riscaldate, creando una rete tridimensionale.
Dopo che sono stati riscaldati e formati, queste materie plastiche non possono essere ri-sciolte e riformate. Di questa fanno parte Silicone, Poliuretano (PUR) e Formaldeide

L’industria della plastica

La produzione mondiale di plastica ha quasi raggiunto 350 milioni di tonnellate nel 2017 con quasi 65 milioni in Europa.
La Cina è il più grande produttore di materie plastiche, seguito dall’Europa e dal NAFTA (Accordo Nordamericano per il Libero Scambio).
Germania, Italia, Francia, Spagna, UK e Polonia coprono quasi il 70% della produzione europea.
L’industria della plastica dà lavoro diretto a oltre 1,5 milioni di persone in Europa. In questo settore operano circa 60.000 aziende.
L’industria europea della plastica ha avuto un saldo commerciale di oltre 17 miliardi di euro nel 2017.
I “convertitori di materie plastiche” sono il cuore dell’industria della plastica. Producono prodotti in plastica che vanno dagli spazzolini da denti ai tubi per l’edilizia, dalle cassette della frutta agli interni delle automobili.

I prodotti in plastica si trovano praticamente in ogni settore. La loro adattabilità, durata e leggerezza li rendono i preferiti nelle industrie di costruzione, imballaggio e automobilistico.
Il settore con maggiore richiesta è quello degli imballaggi con il 39,7% seguito da edilizia ( 19,8%) , settore medico e ingegneristico, industria automobilistica, elettronica, casalinghi e sport, agricoltura.

I materiali plastici più prodotti

I materiali più prodotti sono PP polipropilene, seguito da PE polietilene, PVC cioè Polivinilcloruro, Pur o Poliuretano e PET o Polietilentereftalato.
Nello specifico:
19,3% di PP per imballaggi per il cibo, contenitori per microonde, tubi, parti automobilistiche, banconote.
17,5% di PE per buste della spesa, vassoi e contenitori, film agricolo (PE-LD), film per imballaggi alimentari(PE-LLD).
12,3% PE Giocattoli, bottiglie per il latte, bottiglie di shampoo, tubi, casalinghi.
10,2% PVC Infissi, copertura pavimento e parete, tubi, cavi di isolamento, tubi flessibili da giardino, piscine gonfiabili.
7,7% PUR Isolamento degli edifici, cuscini e materassi, schiume isolanti per frigoriferi.
7,4% PET Bottiglie per acqua, bibite, succhi, detergenti, ecc.
6,6% PS, EPS Montature da vista, bicchieri di plastica, portauova (PS); imballaggio, isolamento per costruzioni(EPS), ecc.
19% altri per fibre ottiche, lenti per occhiali, coperture per tetti, touch screen, rivestimento del cavo nelle telecomunicazioni e molti altri nel settore aerospaziale e medico.

Il trattamento dei rifiuti di plastica

Alcuni prodotti in plastica hanno una durata inferiore a un anno, altri hanno una durata di oltre 15 anni e alcuni hanno una durata di 50 o più anni. Quindi, dal momento della produzione a quello dell’essere rifiuto, i diversi prodotti in plastica hanno cicli di vita diversi ed è per questo che il volume dei rifiuti raccolti non può eguagliare, in un solo anno, il volume della produzione o del consumo.
Dal 2006 al 2016 i volumi di rifiuti di plastica raccolti per il riciclo sono aumentati del 79%, il recupero come energia è aumentato del 61% e le discariche sono diminuite del 43%.

Il riciclo nel 2016

Nel 2016, 27,1 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica sono stati raccolti attraverso schemi ufficiali nell’UE28 + NO / CH per essere trattati.
E, per la prima volta, più rifiuti di plastica sono stati riciclati rispetto a quelli portati in discarica.
I paesi con restrizioni sulle discariche di rifiuti riciclabili e recuperabili hanno tassi di riciclo più elevati di rifiuti di plastica.

Queste nazioni sono: Svizzera, Austria, Germania, Olanda, Svezia, Danimarca, Lussemburgo, Belgio, Norvegia, Finlandia. In queste nazioni è molto alto il recupero dei rifiuti con la trasformazione in energia. L’Italia si trova al 17° posto.
In dieci anni, il riciclo degli imballaggi in plastica è aumentato di quasi il 75%.
Il riciclo è la prima opzione per i rifiuti di imballaggio in plastica.

Nel 2016, 19 paesi avevano tassi di riciclo degli imballaggi in plastica superiori al 35%. Due paesi hanno raggiunto un tasso di riciclo del 50% o più (Germania e Repubblica Ceca).
L’Italia si trova tra 40 a 45%. La Sicilia da 30 a 40%. Stranamente inferiore alla Sicilia si trova la Francia, con un tasso inferiore al 30%.
Il tasso totale di riciclo dell’intera UE per i rifiuti di imballaggio in plastica è del 40,8%, ben al di sopra del 22,5% richiesto della direttiva UE sui rifiuti di imballaggio.

La situazione in Italia

Nel 2016, 3,4 milioni di tonnellate di rifiuti plastici post-consumo sono stati raccolti attraverso schemi ufficiali per essere trattati.
Dal 2006 al 2016, i volumi di riciclaggio sono aumentati del 46%, il recupero di energia è aumentato del 53% e le discariche sono diminuite del 49%.

Obbiettivi attuali

Gli obbiettivi attuali che si vogliono raggiungere sono sostanzialmente di evitare ulteriormente la dispersione di materie plastiche nell’ambiente.
Migliorare la circolarità degli imballaggi in plastica. Alla fine della loro vita, le materie plastiche sono ancora risorse preziose che possono essere trasformate in nuove materie prime o in energia.

Si deve raggiungere nel 2030 il riutilizzo e riciclo almeno del 60% di tutti gli imballaggi in plastica.
Nel 2040 il 100% di riutilizzo, riciclo e /o recupero di tutti gli imballaggi di plastica in tutta l’UE.

Per questo è necessario accelerare l’innovazione nell’intero ciclo di vita dei prodotti.

Il riciclo non basta

Di oltre 2,1 milioni di tonnellate di prodotti in plastica consumati in Italia nel 2015 solo 900 mila sono state differenziati e solamente 540 mila tonnellate sono state riciclati.

Il consumo di prodotti di plastica è in costante aumento

Nonostante il tasso dei ricicli sia cresciuto negli ultimi anni e in Italia la raccolta differenziata sia cresciuta dal 38% del 2014 al 43% del 2017, questo non è riuscito a compensare il costante aumento del consumo di prodotti di plastica monouso.

Secondo il presidente dell’”Associazione nazionale riciclatori e rigeneratori materie plastiche” in Italia viene riciclato solo un quarto dei prodotti realmente consumati rendendo, di fatto, il sistema del riciclo insufficiente ad arginare questa emergenza.

La situazione nel Mediterraneo

I livelli di microplastiche presenti nel Mediterraneo sono addirittura analoghi a quelli rinvenuti nell’oceano Pacifico.
L’istituto di Scienze Marine del CNR di Genova insieme all’Università Politecnico delle Marche e a Greenpeace si sono uniti per analizzare il mar Mediterraneo fornendo una campionatura delle acque più soggette all’azione antropica.
Dalle analisi ottenute si rilevano dei dati alquanto allarmanti. Infatti i valori delle microplastiche presenti nelle zone sottoposte all’opera dell’uomo sono di circa 3,56 frammenti per metro cubo. Ma anche in zone più lontane, e quindi ipoteticamente meno soggette all’inquinamento, i valori risultano essere di 2,2 frammenti per metro cubo.
Queste cifre fanno comprendere come le microplastiche viaggino velocemente e si propaghino in maniera aggressiva anche in zone lontane dai porti e dall’azione umana, inquinando anche quelle aree un tempo incontaminate.

Diminuire la produzione di plastica

Sono stati fatti grossi passi avanti nel riciclo dei materiali plastici ma c’è chi, come Greenpeace, si batte per una diminuzione significativa della produzione della plastica, perché, nei fatti, il riciclo non è sufficiente a limitare la catastrofe ambientale.

Dai dati illustrati nel report “Plastica: il riciclo non basta. Produzione, immissione al consumo e riciclo della plastica in Italia” redatto dalla Scuola Agraria del Parco di Monza per conto di Greenpeace, emerge che il nostro Paese si colloca al secondo posto in Europa, dietro alla Germania, per plastica prodotta.
Si può stimare che ogni anno siano immesse al consumo tra i 6 e i 7 milioni di tonnellate. Come avviene sia in Europa che a livello mondiale, anche in Italia circa il 40% di tutta la plastica prodotta viene impiegata per la produzione di imballaggi, con un tempo di utilizzo che può variare dai pochi secondi (una cannuccia) ad alcuni minuti (la bottiglia di una bibita). Se accidentalmente dispersi in mare, questi oggetti possono impiegare secoli per degradarsi.

Nonostante il nostro Paese presenti una situazione in linea con la tendenza media europea, secondo i dati Corepla del 2017, di tutti gli imballaggi in plastica immessi al consumo, solo poco più di 4 su 10 vengono effettivamente riciclati.
4 invece vengono bruciati negli inceneritori. Questa è una pratica tutt’altro che priva di conseguenze negative per l’ambiente e considerata come extrema ratio nella gestione dei rifiuti nell’ambito dell’economia circolare. I restanti rifiuti vengono immessi in discarica o dispersi nell’ambiente.

Il riciclo non copre l’aumento della produzione

Nonostante il tasso di riciclo degli imballaggi in plastica sia cresciuto negli ultimi anni, passando dal 38% del 2014 al 43% del 2017, non è riuscito a bilanciare l’aumento del consumo di plastica monouso.

Infatti, le tonnellate di imballaggi non riciclati sono rimaste sostanzialmente invariate dal 2014 (1,292 Milioni di Tonnellate) al 2017 (1,284 Milioni di Tonnellate) vanificando di fatto gli sforzi e gli investimenti per migliorare e rendere più efficiente il sistema del riciclo nel nostro Paese.
Dai dati emerge che l’aumento del tasso di riciclo, pur molto marcato in termini percentuali, non è stato in grado, negli ultimi anni, di erodere la differenza in valore assoluto tra immissione al consumo e tonnellaggio riciclato (differenza che costituisce la “metrica” fondamentale della insufficienza del riciclo ad affrontare il problema).

Le emissioni di carbonio della plastica

Spesso si tende a considerare il problema della bottiglia in plastica esclusivamente in relazione alla questione del suo smaltimento. In verità, le stesse emissioni di carbonio derivanti dal processo di produzione giocano un ruolo predominante in termini di impatto ambientale. A queste si aggiungono quelle derivanti dal trasporto.

L’impronta lasciata dalle emissioni di CO² in un anno, sulla base del consumo mondiale, sono di una quantità tale da poter esser bilanciate solo da una foresta estesa quanto la Gran Bretagna.
Queste emissioni si sommano poi a quelle prodotte tramite lo smaltimento di PET via inceneritori, con il rischio di generare pioggie acide e infiltrazioni nel suolo. Questo rischio è comunque presente anche nello smaltimento tramite discariche, dato che molto spesso le piogge fanno defluire materie tossiche negli strati di sottosuolo adiacenti.

La soluzione più plausibile

I dati illustrati nel report evidenziano che l’unica possibilità per intervenire in modo risolutivo è ridurre drasticamente e con urgenza il ricorso alla plastica monouso, riprogettando gli imballaggi nella direzione della durevolezza e della riusabilità prima ancora della riciclabilità.
Le grandi aziende sanno benissimo che gran parte degli imballaggi che immettono sul mercato non vengono effettivamente riciclati e sta molto a loro smettere di inondare il pianeta con enormi quantità di plastica monouso.

Per tanti prodotti infatti, ancora oggi, le grandi multinazionali non ci danno la possibilità di scegliere imballaggi alternativi. Sono proprio le grandi aziende, denuncia Greenpeace, che continuano a fare enormi profitti utilizzando un materiale difficilmente riciclabile. Sono loro che devono assumersi le proprie responsabilità, senza scaricarle sempre e solo sui consumatori.

Si deve prendere coscienza del problema

I consumatori, dal canto loro, non riflettono, sono schiavi delle loro abitudini e della frenesia della loro quotidianità.
Se si desidera davvero aiutare il pianeta e il mare, si può cominciare dai piccoli gesti quotidiani.

Si possono privilegiare prodotti che non abbiano imballaggi di plastica, preferire i detersivi distribuiti alla spina o le ricariche, in modo da utilizzare sempre lo stesso contenitore. Inoltre comprare frutta e verdura sfusa, utilizzare delle buste di tela quando si va al supermercato.

Soprattutto evitare di acquistare acqua in bottiglia, magari installando un purificatore di acqua nella propria abitazione.



E’ ora di assumersi le proprie responsabilità

La Direttiva sui prodotti di plastica monouso rafforza il principio della responsabilità dei produttori, in particolare per filtri di sigarette e attrezzi da pesca, perché non siano i pescatori a sostenere i costi della raccolta delle reti perse in mare.
Fissa inoltre un obiettivo di raccolta del 90% per le bottiglie di plastica entro il 2029 e determina che entro il 2025 il 25% delle bottiglie di plastica dovrà essere composto da materiali riciclati, quota che salirà al 30% entro il 2030.

source

Plastics – the Facts 2018
An analysis of European plastics
production, demand and waste data

Rapporto “Plastica: il riciclo non basta. Produzione, immissione al consumo e riciclo della plastica in Italia” Redatto dalla Scuola Agraria del Parco di Monza per conto di Greenpeace.

https://ilfattoalimentare.it/acqua-minerale-anomalia-italia.html

https://www.liberidallaplastica.it/la-plastica-in-italia/